sabato 24 agosto 2019
Anno IV - numero 33 - Direttore Grazia Scuderi - Iscritto al n. 15 del 9/06/2000 presso il Tribunale di Catania
Le nostre rubriche
Arte

Kokoschka : la volontà di un’espressione totale attraverso la pittura e la poesia.
“Quando un artista è capace di guardare la verità in faccia tanto da comprendere la transitorietà e ciò nonostante riuscire a darle forma, e ciò nonostante rendere la sostanza immortale trasparente nella forma mortale, allora egli ha detto più di quanto possa dire ogni parola”.

Kokoschka è un artista, ma non solo: nella sua figura troviamo un intrinseco dualismo. Pittura e poesia si intrecciano nella suo percorso per dare vita all’espressione: la forza della sua comunicazione sta proprio in questo suo voler unire la parola e l’immagine. In “I ragazzi sognanti”, del 1908, le otto litografie a colori si legano profondamente alle colonne di testo, ed entrambe i mezzi di espressione, scrittura e immagine, sono portatori del medesimo significato, come elementi essenziali alla comprensione dell’opera stessa. All’interno dell’opera dell’artista possiamo individuare due elementi che saranno sempre presenti. Il rosso è sicuramente il colore più amato e quello che segna irrimediabilmente di più ogni quadro. La problematica della materia corruttibile coinvolge le sue opere, concentrandosi sulla rappresentazione di esseri umani. Kokoschka riesce a penetrare il modello, a scavare nel profondo della sua anima, a portare alla luce la sua tensione nervosa: il ritratto diventa un’istantanea del travaglio interno, doloroso e psicologico. Nel 1910 l’artista realizza “Natura morta con castrato e giacinto”, prendendo spunto da un invito a pranzo: Kokoschka vede l’agnello che sta per essere cucinato e con la collaborazione dell’ospite crea una rappresentazione estemporanea. Il giacinto bianco è un po’ l’anima del dipinto: l’artista cercava l’essenza della sua composizione, che gli appariva spenta, grigia. “Nella pittura la tecnica può sostituire molte cose, ma c’era ancora qualcosa che dovevo trovare, una piccola cosa che mettesse in evidenza gli oggetti che il mio ospite e io avevamo composto”. Il giacinto “sembrava di cera, artificiale e splendeva come la luce perpetua, anche al buio”.

                                                                                                                Antonella Agata Di Gregorio