marted́ 17 settembre 2019
Anno IV - numero 37 - Direttore Grazia Scuderi - Iscritto al n. 15 del 9/06/2000 presso il Tribunale di Catania
Le nostre rubriche
Arte

Egon Schiele: uno sguardo che va al di là della realtà superficiale per catturare la patologia.
Gustav Klimt come modello tra ammirazione ed instancabile confronto

L’opera artistica di Egon Schiele cronologicamente è compresa tra due date collocate a distanza ravvicinata: il 1908 , anno della sua prima esposizione, e il 1918, anno in cui raggiunge l’apice del suo successo e ha termine la sua breve vita. In questo arco di tempo così breve una creatività artistica complessa ed intensa. Lo sguardo di Egon va ben oltre la superficie della realtà, cerca di penetrare in profondità per ricercare la patologia. La verità insita nell’uomo è collocata in profondità e l’artista vuole renderla visibile, proprio per questo i protagonisti delle sue tele spesso sono ritratti in preda allo spasmo. Le pose dei soggetti sono anormali, sganciate dalla realtà: essi appaiono come immobilizzati da corde invisibili all’interno della tela, vera e propria realtà esterna. Chi osserva le opere dell’artista percepisce i soggetti raffigurati come delle marionette, messe in risalto nella scena, per mezzo di un invisibile riflettore puntato sullo spasmo, che contrae la fisicità del corpo e l’interiorità della psiche e molto spesso l’anormalità delle mani enormi, in alcuni casi sproporzionate ed estranee, con le nocche gonfie. La linea dei contorni crea nelle opere un impatto tagliente, duro e mira ad elevare la tensione emotiva al massimo, in questa espressività percepita profondamente ed interiormente lacerata. L’artista sfrutta a pieno le sue qualità di abile disegnatore, mettendo da parte le qualità insite nel colore. La tecnica ad acquerello lascia spazio allo stridente conflitto tra la linea che marca nettamente i contorni della forma e la forma stessa: ciò produce una profonda intensificazione che conferisce al ritratto un’aura di instabilità, una situazione in bilico al limite della sopportazione. In questi soggetti permeati di disagio e di alterazione Egon riflette se stesso e la fragilità umana. Molti sono gli autoritratti che esegue, in cui il suo corpo è ritratto in strane pose, trasmettendo panico, orrore, follia: l’artista vuole trovare la sua identità. La consapevolezza del suo vano tentativo di poter trovare qualcosa che abbia un valore al di fuori di se medesimo porta Egon a rinchiudersi dentro il suo mondo, ad affrontare il tema del doppio e ad essere prigioniero della sua acuta coscienza. L’eros nella sua opera artistica è percepito come una condanna, un supplizio; in particolare, l’artista rappresenta costantemente i protagonisti delle sue tele in atti di autoerotismo, proprio per mettere in risalto la desolazione della “tortura sessuale”. Il sesso è un tema ossessionante, come del resto quello della morte, affrontato da Egon come un adolescente in preda ai turbamenti della pubertà, con la necessità di affermarsi sessualmente. Il desiderio e la passione non permeano i soggetti, ma il peso della paura e della follia, insieme alla miseria del corpo, stridono nelle opere. Gustav Klimt per Egon sarà come un padre e la sua produzione artistica tenderà sempre a confrontarsi con esso: tra i due artisti si instaurerà un rapporto che lascerà il segno nelle opere di entrambi. Egon, a differenza del maestro, non usa l’ornamento, non riempie la superficie per scacciare via l’orrore del vuoto, il suo è uno spazio vuoto. Schiele non abbandonerà mai i suoi “modelli”, che verranno intrisi di espressività tendente al limite di sopportabilità. Negli ultimi anni di vita la ricerca artistica di Egon porterà dei cambiamenti nella sua produzione creativa: metterà in risalto le qualità dei colori ed il tratto del pennello, che conferiranno alla forma nuovi significati; sostituirà pian piano il vuoto ed il soggetto acquisterà una nuova “umanità”.

Antonella Agata Di Gregorio